Breve ma intenso: vi racconto il mio parto

scritto da Benedetta

Quando si parla dell’argomento “parto” qualcuno, rivolgendosi a me, se ne esce sempre con: “ma che ne sai te, hai fatto tutto in 10 minuti!”

E io, permalosa come sono, sorrido, ma me la lego al dito e la annoto nella mia lista di cazzate che prima o poi meriteranno una vendetta. Ho una lista lunghissima. Avete presente Elizabeth Banks in “Che cosa aspettarsi quando si aspetta”, che con uno starnuto sforna due gemelli? Qualcuno mi paragona a lei ma vi assicuro che, anche se breve, il mio parto è stato molto più sofferto del suo.

Durante la gravidanza, quando pensavo a come sarebbe stato il mio grande momento, immaginavo che avrei passato ore ed ore a soffrire ed urlare, forse perché mia mamma mi ha sempre “rinfacciato” le 25 ore di travaglio che ha passato in ospedale visto che io mi ero messa a culo all’insù e non volevo saperne nulla di uscire.

Fortunatamente per me, il mio parto è stato abbastanza veloce: sono arrivata in ospedale alle 7:30 di mattina e alle 10:52 mia figlia è nata.

Certo, molte donne passano ore ed ore in preda alle contrazioni e io ho avuto la fortuna di essere già completamente dilatata al momento dell’arrivo in ospedale, ma state certi che il dolore l’ho provato anche io, solo per meno tempo.

LA NASCITA DI ELEONORA

2 luglio. 39+5
Dopo aver passato una serata all’aperto in compagnia di alcuni amici, io e il mio compagno rincasiamo alle 2.00 di notte e ci mettiamo a dormire. Alle 4.00 mi sveglio,vado tranquillamente in bagno a fare i miei bisogni e torno a dormire.

Il mio corpo non dava segnali di parto imminente.

Dopo nemmeno due ore mi sveglio di soprassalto e sento un forte dolore alla pancia.

Saranno le contrazioni?

Cerco di non pensare e provo a chiudere gli occhi, ma dopo pochi minuti ecco un’altra fitta alla pancia.

 “Non mi dire che devo partorire proprio adesso che ho bisogno di dormire”. 

Sveglio il mio compagno, gli dico che forse è arrivato il grande giorno e che deve tenere il tempo per capire se le contrazioni sono regolari, in modo da poter andare all’ospedale… io per ovvi motivi non posso preoccuparmi di guardare l’orologio, devo pensare a soffrire.

Passa qualche minuto.

Un’altra contrazione.

Chiedo che ore sono, quanti minuti sono passati ma nessuno risponde. Finito il dolore lancinante mi giro e vedo che lui sta beatamente dormendo a bocca aperta come se non avesse capito che la sua bambina sta bussando alla porta della mia Iolanda. Uso le poche energie che ho per svegliare quel bradipo che ho accanto.

 Non ricordo di preciso cosa gli ho detto, ma di sicuro non sono stata carina…

 Ehi bello addormentato, stai per diventare padre! 

Lui afferma che l’abbia offeso pesantemente e tuttora gli e lo rinfaccio…. beh, mi pare il minimo, caro.

A quel punto inizia a controllare l’orologio. Le contrazioni sono regolari, una ogni 6/7 minuti circa.

Aiuto.

Lui si alza e va da mia mamma nell’altra stanza per avvisarla di quello che sta succedendo. Lei ovviamente perde la testa ed inizia a vestirsi freneticamente mettendo fretta anche a mio padre che, a differenza sua, è stordito dal sonno (deve essere un vizio degli uomini,allora) e comunque riesce a prepararsi in tempo e a prendersi pure un caffè. Saliamo in macchina e lungo il tragitto carichiamo al volo la nonna del mio compagno, che è venuta a trovarci per il grande giorno e ci dirigiamo verso l’ospedale. Dietro di noi, con un’altra macchina, c’è anche la mamma del mio ragazzo.


Non ricordo un granché del viaggio verso l’ospedale, solo che la nonna del mio ragazzo mi scrutava dal sedile anteriore per capire come stavo. Credo si stesse chiedendo per quale assurdo motivo non stessi urlando come una pazza.

Arriviamo in ospedale, scendo dalla macchina e inizio a camminare verso l’ingresso, accompagnata dal mio ragazzo che nel frattempo si è più o meno svegliato. Mentre cammino a passo di lumaca sento sua nonna esclamare dietro di me: “ha rotto le acque!” Mi guardo e vedo che ho i pantaloni leggermente bagnati.

Beh, è normale rompere le acque, succede in tutti i film!

Entriamo dentro il reparto di ginecologia e ostetricia, mi portano in una stanza per effettuare il tracciato che sembra non essere quello buono. Continuo a soffrire in silenzio e noto che l’ostetrica mi guarda in modo strano, come se fossi una che finge di avere le contrazioni per farsi una giratina in ospedale.

Certo, i panini del bar sono eccezionali ma no, sono venuta qui perchè sono un po’ incinta e credo proprio di dover partorire.


“Signorina venga a fare la visita” dice l’ostetrica.

Mi alzo e con molta lentezza vado nella stanza accanto dove la ginecologa fa alcune delle sue mosse di arte marziale nelle mie parti basse.

“Lei è completamente dilatata, può già andare in sala parto” dice.

Si, ok. PORTATEMICI IN BRACCIO CHE PORCA PUTTANA NON CAMMINO DAL DOLORE!

Niente, percorro due infiniti corridoi a piedi mentre l’ostetrica, più veloce di me, ogni tanto si ferma ad aspettarmi, guardandomi.

“Scusi per la lentezza” le dico.

Ripensandoci, sono proprio una cogliona. Capisco che il parto non sia un’esperienza piacevole, non pretendevo certo di arrivare in sala parto seduta sul trono di spade (anche se mi sarebbe piaciuto), ma almeno avrebbero potuto portarmi una sedia a rotelle.

Arrivo in questa grande stanza insieme al mio compagno ed entrambi rimaniamo sorpresi: stereo a palla con musica di merda, gente che entra e che esce, caffè qua e là e telefoni accesi. 

“Ok, mi hanno davvero portata nel bar a prendere il mio panino preferito, ottimo” penso!

E invece no, è davvero una sala parto.

Le ostetriche mi chiedono di spogliarmi per mettermi la vestaglia e mi fanno sdraiare sul lettino. I dolori aumentano ma ancora non sono pronta per spingere perché non ho rotto le acque (quelle che credevamo fossero acque rotte erano in realtà solo piccole perdite).

Ricordo la stanchezza che avevo addosso, avevo dormito solo 3 ore la notte precedente e temevo di non avere abbastanza forze.

La ginecologa mi spiega gentilmente che di lì a poco mi romperà artificialmente le acque e infatti, dopo qualche minuto, si presenta davanti a me con una sorta di ago, stile Edward mani di forbice. Mi dice che con quello strumento inciderà il sacco amniotico, che avrò la sensazione di farmi la pipì addosso e che di lì a poco le contrazioni inizieranno ad essere più forti.

E così è stato.

Come previsto dalla dottoressa, l’intensità del dolore è aumentata e allora le due ostetriche vicino a me mi hanno spiegato come respirare e come spingere. Nel frattempo in quella sala parto/pub continua ad uscire ed entrare gente che, con molta nonchalance chiacchera con i colleghi del più e del meno. Mi sento un po’ a disagio ma in questo momento ho altro a cui pensare.

Ok, capisco che per il personale medico faccia parte della quotidianità vedere una donna disperata a gambe all’aria che sta per sputare fuori un nano malefico, ma trovai che questo comportamento fosse molto irrispettoso e tuttora proprio non mi è andato giù. È un’altra di quelle cose che mi sono legata al dito e blablabla.

Inizio a spingere con molta calma e anche se il dolore mi divora, non sento il bisogno di gridare: devo tenermi le poche forze che ho per concentrarmi sulle spinte.

Non ho urlato durante tutto il parto, ma il mio ragazzo ricorda che fossi viola. 

“Il tuo dolore non si misurava con il tono della voce, ma con il colore della pelle. Sembrava che da un momento all’altro ti sarebbe scoppiata la testa”, mi dice quando parliamo di quel giorno.

In realtà era tutta una finta e stavo provando a trasformarmi in un Super Sayan. Scherzo.

Tra una contrazione e l’altra chiudo gli occhi nella speranza di recuperare qualche energia. Ad un certo punto, mentre la ginecologa mi spiega come respirare per evitare di diventare viola e riuscire a spingere con più efficacia mi esce dalla bocca un lieve “scusi”. Mi risponde: “signorina, fossero tutte come lei!”

A distanza di 4 anni devo ancora capire di quale strano complesso soffra per aver chiesto scusa” così spesso in quella situazione.

Le ostetriche sono davvero carine e mi incoraggiano premurosamente. Dopo un po’ di spinte mi dicono che sono quasi alla fine, che si inizia a vedere la testa. Spingo per altre 3 volte finché mi avvisano che la testa è fuori. Mi chiedono se voglio toccarla. Lo faccio e noto che quel povero disgraziato accanto a me, a cui stavo stritolando la mano, fa capolino fra le mie gambe per vedere la bimba.Do un’ultima energica spinta e la bimba esce.

Ricordo benissimo l’immagine della mia pancia che si “svuotava”. Quella pancia rotonda che per nove mesi aveva fatto da casa alla mia bambina, in un attimo era tornata ad essere una semplice pancia. Solo con qualche smagliatura in più è decisamente più flaccida.

Nonostante sia stremata alzo la testa per vedere la mia bambina…sono curiosa di scoprire come è fatta, se assomiglia più a me o al babbo e se ha quel viso dolce che mi sono immaginata. Dopo pochi secondi Eleonora è tra le mie braccia e si, ha il viso tenero e i miei occhioni grandi. Le guardo il naso è noto che è uguale a quello del nonno paterno. Sono le 10:52 di un caldissimo sabato estivo e finalmente sono diventata mamma. Il mio compagno, confuso dalla velocità in cui tutto ciò è successo, se ne sta accanto a me in silenzio, ad ammirare il nuovo amore della sua vita.

Ormai sono priva di energie, ma felicissima che tutto sia finito. In quel momento mi arriva il colpo di grazia: “la bimba adesso va con il babbo a fare la visita dal neonatologo, mentre lei signorina deve continuare a spingere per far uscire la placenta” esclama la ginecologa.

COOOOOSA DIAMINE STATE DICENDO? MA IO NE AVEVO SOLO UNA PERCHÈ DEVO SPINGERE? È UNO SCHERZO DITEMELO VI PREGOOOOOOO.

Un trauma.

Il mio compagno prende la bambina e va dal neonatologo.

Tra l’altro, questo non si trovava.

Io mi rimetto a lavoro: una, due, tre spinte e la placenta finalmente esce.

Adesso ho davvero finito e posso andare nella mia stanza con la mia piccola peste” penso.

La ginecologa, facendo cenno ad un’ostetrica di avvicinarsi, se ne esce con: “Ora possiamo mettere i punti signorina”.

“Eccheccazzo”,penso. 

La ragazza, giovanissima, si mette a sedere di fronte alla mia patonza, mi fa una siringa di anestesia locale e, seguendo le dritte della dottoressa vicino a lei, inizia a mettere i punti.

Non so quanti siano stati, ma solo che quel tempo mi sembrava non finire più.

Dopo la visita neonatale il mio ragazzo torna da me, prendo mia figlia in braccio. Ci lasciano in quella stanza da soli per più di un’ora e nel frattempo, uno alla volta, entrano i parenti a conoscere la nuova arrivata. Quando me la sento, mi alzo dal lettino, il mio compagno mette la bimba nella culla e, guidati da un’ostetrica, ci avviamo verso la camera di degenza passando per la sala d’attesa dove tutti cercano, con fare curioso, di guardare la piccola.

Arriviamo in una grande stanza vuota con tre letti e a quel punto entra mia mamma portando la valigia e le millemila bustine che ha preparato.

Ci accomodiamo nella nostra stanza bollente e, visto che la bambina dorme come un angioletto mi stendo sul letto stravolta. Quando lei si sveglia arriva l’ostetrica per mostrarci come cambiarle il pannolino e il mio ragazzo, molto attento, apprende tutto facilmente. Al cambio successivo infatti, fa quasi tutto lui, visto che io cammino a mó di vecchia strega di Biancaneve (ma senza bastone) e lì nostra figlia ci dà il primo segno di riconoscenza: appena messa nel lavandino, quell’esserino si fa scappare la sua prima cacata gelatinosa (il cosiddetto “meconio”) precisamente sulla mano del padre che, un po’ schifato, scoppia a ridere.

Ridi ridi, questa è la prima di una lunga serie” avrà pensato quella nana.

La notte successiva infatti, il mio compagno la trascorre nel corridoio a cullare la nanerottola per non farla piangere, mentre io recupero a tratti qualche ora di sonno.

Il post parto in ospedale è andato bene, Eleonora ha saputo attaccarsi correttamente al seno, non ha avuto nessun problema e ci hanno dimesso dopo due giorni.

In compenso io ho continuato a camminare come una gallina per le successive tre settimane.


Questa è stata la mia esperienza. Ho avuto la fortuna di non dover sopportare ore ed ore di travaglio, ma al mio posto ci ha pensato Roberta che invece si è fatta 2 giorni di calvario prima che la sua piccola si decidesse a venire al mondo.

Ogni parto, dunque, è un’esperienza a sè, ma state tranquille che comunque vada il risultato sarà lo stesso: un/a marmocchio/a che vi farà perdere la testa… in tutti i sensi.

Eleonora che, appena nata, aveva già deciso chi fosse il suo genitore preferito.