Il mio parto: quello che le mamme non dicono

scritto da Roberta

Mi ricordo sempre le parole di conforto di mia mamma e mia nonna (che era venuta a trovarci da qualche giorno apposta per attendere il lieto evento).

stai tranquilla, un po’ fa male ma senti come un forte mal di pancia. Come dei forti dolori da ciclo. “

E io che per tutta la gravidanza ero sempre stata terrorizzata all’idea del parto, ci credevo.

Piccola ingenua.

Quindi se siete capitate qui alla ricerca di rassicurazioni, arcobaleni e unicorni rosa mi dispiace ma…

ALLERTA SPOILER: non le troverete qui.

Non potrò mai essere una di quelle mamme omertose che dicono:

“il dolore del parto è un dolore che dimentichi”

Ci sono solo tre possibili spiegazioni per le mamme che dicono così:

1. Hanno la memoria di Dory di alla ricerca di Nemo

2. Hanno una soglia del dolore talmente alta che se dovesse loro prendere fuoco la testa non se ne accorgerebbero.

3. Mentono

Poi esiste quella piccola, piccolissima percentuale di mamme che hanno culo. Travaglio veloce, fase espulsiva: due spinte e via. Zero complicazioni. Zero punti. Zero stress.

Si ma il dolore un minimo ci sarà stato, no? Comunque da un buco grosso come una noce ci è passato un melone, qualcosa devi aver pur sentito, amore mio!

Personalmente il dolore che ho provato quel giorno non me lo scorderò mai più e anche se lo volessi dimenticare non potrei perché mio marito (che ha assistito al parto e che dallo shock non ha dormito per due notti, giuro) me lo ricorda con cadenza settimanale. A caso. Dal nulla. Ogni tanto lo vedo con la coda dell’occhio che mi guarda, quindi mi giro verso di lui e continua a fissarmi con lo sguardo perso senza dire nulla. Ma ho già capito dove vuole andare a parare.

Errare è umano ma perseverare è diabolico. E io sono diabolica.

Quindi, pur sapendo già, gli chiedo:

“che c’è??”

E lui sgancia la bomba:

“oh ma ti ricordi quando è nata Frida… mamma mia, quanto urlavi, che nottataccia!”

Quando è fortunato mi trova abbastanza tranquilla e la prendo a ridere. Ma si è beccato anche discreti vaffanculo e qualche ciabattata.

Ma lui lo sa il rischio che corre tutte le volte a tirar fuori questa storia e tutte le volte lo fa. Quindi è diabolico anche lui.

Uno potrebbe anche pensare che me lo fa apposta, così per farmi arrabbiare (che sarebbe una cosa da lui) ma non penso sia così. Anche se alle volte poi dopo si mette a ridere io lo vedo il suo sguardo, penso che sia seriamente scioccato. Secondo me gli vengono in mente come dei flash da film dell’orrore. Sono convinta che nella sua testa mi ricorda un po’ come la piccola Regan MacNeil nel film l’esorcista, solo con meno vomito e più parolacce.

E se lui è stato così toccato dal “giorno più bello della nostra vita”, figuriamoci io.

La nascita di Frida

31 ottobre. 40+0

Io e mio marito stiamo guardando “la sposa cadavere” di Tim Burton. A metà film comincio ad avvertire qualche dolorino. Piccole contrazioni che durano una 20ina di secondi ma non sono regolari. Mi era già successo nei giorni precedenti. E io che ormai ero diventata un esperta con i millemila articoli che avevo letto sul travaglio sono molto calma. Una volta finito il film decidiamo di andare a letto così prima vado al bagno a fare pipì. E li succede. Quando vado per asciugarmi sulla carta vedo una perdita gelatinosa con del sangue. Sapevo benissimo cosa fosse ma non so perché sono entrata nel panico. Avevo perso il tappo mucoso e la mia stabilità mentale tutta in una volta. Così chiamo mio marito e agitatissima glielo dico. Da lì il caos. Comincia ad entrare nel pallone e a ripetermi: “ma è normale? Dobbiamo andare all’ospedale???”

Devo ringraziarlo perché nel vedere lui così in ansia ritorno lucida tutto insieme. Quindi una volta ritrovata la calma, grazie alla mia laurea in ostetricia conferitami attraverso le ricerche su Google e le letture dei forum, gli spiego che non c’era da preoccuparsi perché perdere il tappo mucoso non era per forza un sintomo imminente del parto.

Però intanto ho sempre questi doloretti che si fanno sentire un po’ più forte. Quindi decido di farmi una doccia per rilassarmi. Lui, che improvvisamente comincia anche a balbettare, circa ogni trenta secondi mi chiede: “co-come va?”

E come doveva andare? Di cacca.

Gli dico di stare tranquillo perché sicuramente la doccia avrebbe calmato il dolore.

Mi sbagliavo.

Esco dalla doccia e vado in camera. Lui mi segue tipo ombra. Mi metto a sedere sul letto e arriva un’altra contrazione. Abbastanza forte e lunga. Comincia a venirmi un po’ di strizza. Ritorna il panico. Ho paura di partorire da un momento all’altro e sono davvero convinta che manchi pochissimo.

Povera illusa.

Quindi dico a mio marito di prendere la borsa che avevo preparato per l’ospedale (pronta circa da un mese e mezzo perché il ginecologo ci aveva messo un po’ d’ansia dicendoci che la bimba era già incanalata e che sicuramente non sarei arrivata a termine ma avrei partorito prima). È quasi mezzanotte e mezza, lui chiama mia mamma e le dice che stiamo scendendo per andare all’ospedale. Tempo di metterci le giacche e fare due rampe di scale che mia mamma e mia nonna sono già fuori dal nostro portone.

Vabè che eravamo vicine di casa ma che erano andate a letto vestite??

Arriviamo al pronto soccorso e mi fanno passare davanti a tutti.

Qualcuno mi guarda anche male.

Scusi ma sa questo gonfiore sulla pancia non è una puntura d’ape, sarei leggermente incinta. A fine termine. E mi sento come se la bimba mi stesse aprendo la schiena da dentro.E si, vecchio baffuto. Donna incinta batte mignolo rotto.

Ho pensato. E avrei dovuto anche dirlo ma non riesco ad avere il mio solito comportamento indisponente perché sono un po’ agitata.

Mi attaccano al monitoraggio: Qualche contrazione ma niente di che. “Non sono quelle buone” mi dicono.

Visita ginecologica: 2 cm di dilatazione. Una ginecologa molto gentile mi dice che sono nella fase prodromica e il Travaglio vero e proprio non è ancora iniziato.

Mi rimandano a casa dicendomi di ritornare se avessi sentito le contrazioni più ravvicinate, intanto si sono fatte le due e trenta.

Io e mio marito decidiamo di restare a dormire dai miei, (perché loro abitano al piano terra e noi al primo piano) e lasciare direttamente la macchina fuori casa.

Non dormo tutta la notte. Le contrazioni mi sembrano sempre più lunghe e dolorose. Cerco di prendere il tempo fra una e l’altra ma non ce la faccio perché non riesco a definire bene l’inizio e la fine.

Maledico il giorno in cui ho deciso di non seguire il corso pre-parto ritenendolo inutile.

Mi metto su quattro zampe per cercare una posizione che mi desse un po’ di sollievo. Sono le cinque del mattino, mio marito si sveglia di scatto “stai male?”

No macché figurati. Sto una favola. Sono su quattro zampe così per sbaglio, sai mentre ballavo sulle note di “Tanti auguri” della Carrà sono scivolata ma tutto ok ora mi tirò su e mettiamo “Maracaibo” della Colombo e si fa partire un bel trenino, che dici?

Non dico nulla. Ma penso che il mio sguardo gli abbia trafitto il cervello da parte a parte perché continua a fissarmi a bocca aperta.

Poi di colpo si risveglia dalla catalessi e comincia a massaggiarmi la schiena. Mi da un po’ di sollievo.

Alle sei decidiamo di andare un’ altra volta all’ospedale perché non è possibile che non si sia smosso nulla.

Le dirimpettaie (mamma e nonna) sono già pronte sulla linea di partenza e si è svegliato anche mio padre che mi chiede come sto, rispondo con un grugnito indefinito quindi mi saluta e va a prepararsi per il lavoro.

Noi invece ci avviamo di nuovo verso l’ospedale. Stessa storia, stesso posto stesso vecchio baffuto che è sempre lì.

Monitoraggio: Sempre contrazioni irregolari. Visita ginecologica: Questa volta non sono stata fortunata. Questa ginecologa è proprio stronza antipatica come il lunedì mattina. Sembra quasi che le scocci, manco c’avesse da partorire lei. Mi visita e mi fa un male cane. Io non so cosa stava ravanando lì sotto ma ho sentito un dolore molto acuto, talmente forte che sono saltata su dal lettino. Glielo faccio notare con un sonoro “Ahi!” ma niente manco mi guarda in faccia. Chiama una tirocinante per far toccare anche lei le mie grazie e poi parlottano fra di loro.

Mi sono sentita un po’ violata. E poi il fatto che non mi parlasse e non mi guardasse in faccia mi faceva irritare. Che aveva fatto? Perché avevo sentito quel dolore secco? Ripensandoci ho tutt’ora tanti dubbi ma in quel momento non chiesi niente. Non dormivo da 23 ore, stavo male e mi sentivo disorientata.

“Scusi ma a che punto sono?” Chiedo.

Mi risponde la tirocinante: “è a tre centimetri signora.”

A parte il “signora” che insomma se non avevamo la stessa età poco ci mancava, lei è molto carina. Mi dice che mi ricoverano e che mi terranno sotto controllo perché sono nella così detta fase attiva del travaglio. Poi ci invita a seguirla e ci accompagna in una stanza. Intanto mio marito è sempre dietro di me e non emette un fiato. Ogni tanto annuisce quindi capisco che è sempre cosciente… più o meno.

Mi dice di mettermi comoda e rilassarmi. Se volevo potevo andare a fare una passeggiata per il corridoio e di suonare il campanello per qualsiasi cosa.

Quindi mi metto la camicia da notte e mando mio marito ad avvisare delle novità le due generazioni (mamma e nonna) che sono dovute rimanere fuori in sala d’aspetto. Intanto entra un’infermiera e mi dice che servono le mie urine perché devono fare delle analisi di routine. No problem, tanto la facevo ogni 20 minuti circa e per l’appunto mi scappava. Quindi vado al bagno e, sperando che non mi venga una contrazione mentre ho la mano sotto il getto di pipì, riempio la provetta.

Tenga, tutta per lei, bella calda e intinta di dolore. E ciao.

Vado anche io in sala d’aspetto. Le contrazioni continuano a farsi sentire ma sempre molto irregolari. Magari ne avevo due belle lunghe a nemmeno due minuti di distanza e poi per 10 minuti calma piatta. Sinceramente non sapevo che pensare. Sono io che forse non le sento bene? Non riuscivo a capire. So solo che ogni contrazione è un dolore molto forte, mi prende al basso ventre ma più che altro alla schiena. Avrei voluto mordermela come un cane rabbioso. Sento un dolore atroce che mi parte dai reni e si irradia in tutta la parte bassa della schiena come se letteralmente qualcuno me la stesse aprendo in due a mani nude.

A vagabondare per la sala d’aspetto un po’ di tempo passa. Sono quasi le 10 e sono stanca. Decido di tornare in stanza con mio marito per provare a mettermi un po’ a letto. Con me poteva rimanere solo una persona alla volta. Quindi mia mamma e mia nonna ne approfittano per andare a prendere qualcosa al bar e a fumare una sigaretta.

Verso le 10:30 mi vengono a trovare le mie amiche e, sprezzanti delle regole, entrano tutte e due nella stanza.

“Mamma mia Robi stai uno schifo” dice una.

“Vorrei vedere te… però in effetti” commenta l’altra.

E niente non ce la faccio nemmeno a fulminarle con lo sguardo e mi limito a mandarle a cagare con un filo di voce.

Facciamo due chiacchiere e, fra una contrazione e l’altra, il loro essere fuori dal mondo mi dona un po’ di leggerezza. Passa un’ ora. Con me che mi piego in due dal dolore nel letto, mio marito accanto a me che mi accarezza e cerca di rassicurarmi e loro due che ogni tanto tirano fuori qualche cavolata e mi fanno sorridere.

Dopo la quinta intimidazione di un’ infermiera ad uscire dalla stanza perché eravamo in troppi Cip e Ciop vanno via dicendole: “sisi tanto dovevamo andare.”

Baci baci e ciao ciao.

Decido di rialzarmi perché tanto di riuscire a riposare un po’ non se ne parla. Quindi usciamo un’altra volta in sala d’aspetto. Lì ci sono già mia mamma e mia nonna e alla combriccola dell’ansia si è aggiunto anche mio suocero. Vado avanti e indietro ed a ogni contrazione mi accovaccio cercando di trovare un po’ di sollievo.

Tutto inutile.

Non ho sempre contrazioni dolorose da farmi piegare in due, alcune sono più sopportabili però ormai soffro da troppo tempo e non riesco più nemmeno a ricordarmi com’è stare bene.

Passa il tempo e ormai non so più dove sbattere la testa. Sono le 13:00 e nessuno si è fatto vivo. Ogni tanto provo ad andare al bagno ma, vedi la stitichezza che mi ha accompagnato per tutta la gravidanza, vedi l’ansia, vedi il dolore, non ci riesco. Cerco un’ infermiera per dirle che non vado di corpo da due giorni e che sento il bisogno di andare al bagno ma non ci riesco. Lei mi dice che è tutto normale e va via.

Ah,per la cronaca… non era normale manco per il cazzo cavolo!

Passa un’altra oretta così. Con me sulla tazza del water e ritorna la tirocinante di stamattina. Mi chiede come sto e io le dico che voglio fare l’epidurale perché non resisto più e le dico anche che avrei bisogno di un clistere. Lei mi dice che per il clistere avrebbe riferito alle infermiere mentre per l’epidurale deve chiedere alla ginecologa.

Sono le 18 e tutto tace. A parte un monitoraggio, una sfilza di domande di routine, io e mio marito che oramai abbiamo fatto il viottolo fra la stanza e la sala di attesa e io che invoco invano l’epidurale a chiunque abbia una divisa o un camice (penso di aver chiesto anche all’inserviente) non succede nulla di nuovo.

Ormai mi sono girata tre turni di personale ospedaliero.

Sembrava che nessuno mi prendesse sul serio.

Non dormivo da 33 ore e non mangiavo dalla cena del giorno prima. Se prima mi si era chiuso lo stomaco, un po’ di fame ora (che a fare in su e in giù avrò fatto circa 47 chilometri) mi era venuta. Cosi mando mio marito e mio suocero a comprarmi un panino. Buono, buonissimo. Il panino con la mortadella più buono che abbia mai mangiato.

La serata passa con la sala d’aspetto piena di gente che viene e che va. Mi vengono a trovare gli zii, i cugini, la mamma e la nonna di mio marito, mio fratello, mia cognata e la mia nipotina. Ritornano anche le mie amiche. E tutti sono un po’ scioccati dal fatto che io sia ancora lì e che nessuno faccia niente per darmi una mano a sbloccare questa situazione. Tant’è che la zia di mio marito, in preda ad un raptus isterico, entra in reparto e va da un’ infermiera a chiedere spiegazioni. Viene snobbata dicendole che deve stare calma perché stanno facendo il loro lavoro, che è tutto normale e che deve procedere nel modo più naturale.

Naturale un par di palle petunie!

Pian piano tutti ritornano a casa e rimaniamo i soliti quattro. Alle 23 decido di provare a mettermi un po’ a letto e cerco di convincere mia mamma e mia nonna a tornare a casa. Ma niente, non ne vogliono sapere. Loro restano la in sala d’aspetto e io e mio marito torniamo in stanza. Faccio la pipì per la trecentesima volta. Vado per mettermi a letto ma nemmeno il tempo di chiudere la porta del bagno che sento un ondata di liquido cadermi giù a scroscio lungo le gambe.

Eccoci! Ho rotto le acque.

Rimango immobile.

“Teo, mi sa che ho rotto le acque.”

“Come hai rotto le acque?!?”

“E si, non penso di essermi fatta la pipì addosso quindi devono essere le acque”

Lui abbassa lo sguardo e vede la pozza sotto le mie pantofole da pensionata.

“Vado a chiamare qualcuno!” E scappa via.

Io rimango sempre lì in piedi, quell’ondata calda sembra abbia risvegliato un demone e sono tutta un fuoco. Arriva una ginecologa che mi fa sdraiare e mi visita. Non riesco a capire bene quello che mi dice perché mi sento come se fossi in una bolla. I dolori si intensificano talmente tanto che mi pulsa la testa. Mi pare di aver capito che sono a 6 centimetri di dilatazione. E che fra poco mi porteranno in sala parto.

Ora posso dire che le contrazioni che ho avuto per due giorni erano una risata in confronto a quelle che ho ora. Mi sento letteralmente morire, sia dal dolore che dall’ansia che fra poco un esserino passerà attraverso il mio corpo. Insomma sta per nascere mia figlia! Quello che fino ad ora mi sembrava un pensiero così astratto tutto un tratto era più reale (e doloroso) che mai!

AAAAAAAAHCHEEEEMAAAAAALEEEEE

Emetto qualche grugnito e mio marito cerca di consolarmi.

Sono mezzanotte e mezza del 3 novembre e sto entrando in sala parto con mio marito.

Pistaaaa dobbiamo andare a conoscere nostra figlia!!

Per andare in sala parto passiamo dalla sala d’aspetto e li mia mamma e mia nonna mi danno un bacio. Mamma stava già per piangere. Cercando di non piangere a mia volta le dico: “ci vediamo fra poco!”

Certo. Come no.

In sala parto trovo due ostetriche giovani e carine. Siccome il fatto che avessero ignorato la mia richiesta dell’epidurale non mi era andato giù la prima cosa che dico quando entro è che la stavo implorando da ore ma nessuno si decideva a farmi sapere nulla.

Le ostetriche spalancano gli occhi sbalordite e una mi dice:

“Ma come! E perché non te l’hanno fatta??!”

E che lo chiedi a me???!!!

“Chiamo subito l’anestesista! Te la facciamo fare immediatamente!” Aggiunge.

Al solo pensiero mi sento già meglio e vorrei quasi baciarla in bocca.

Mentre aspettiamo l’anestesista comincio a sentire un bisogno irrefrenabile di spingere. Mi dicono di non farlo perché non sono ancora del tutto dilatata. Questo stimolo mi ricorda che sono due giorni che non vado al bagno quindi le avviso anche di questo e le informo che anche se l’ho chiesto non mi è stato fatto un clistere. L’ostetrica più giovane si lascia andare ad un espressione talmente stranita che spalanca anche la bocca e mentre sta per dire qualcosa l’altra la ferma:

“Tranquilla, ora non ti preoccupare di questo. Pensiamo a tutto noi.” Dice.

Avevo trovato quell’empatia che cercavo da due giorni.

Passano circa trenta minuti e poi finalmente la porta si spalanca e arriva l’anestesista come un supereroe in mio soccorso. Fanno uscire mio marito, mi fanno mettere a sedere e dopo una veloce spiegazione mi fanno questa benedettissima epidurale. Non ho sentito per niente dolore. Un leggero fastidio.

Ma forse era solo perché in quel momento avrebbero potuto prendermi anche a martellate. Nessun dolore era comparabile a quello che provavo.

Mi attaccano al monitoraggio e fanno rientrare mio marito. Dopo 20 minuti sono in uno stato di completa pace. Sorrido e scherzo.

Potrei paragonare l’epidurale ad un esorcismo perché da essere un demone sputa fuoco diventai Haidi, i monti mi sorridevano e le carpette mi facevano ciao.

Le ostetriche mi spiegano come dovrò spingere:

“Come se dovessi fare la cacca, però con tutte le tue forze”

In preda all’euforia dico la prima cosa che mi passa in mente:

“Ma io non spingo mai forte per fare la cacca perché ho paura che mi escano le emorroidi”

Cioè ma ho detto davvero una cosa così assurda?! Si.

Loro si lasciano andare a delle sonore risate.

E niente la mia figura di merda figuraccia quotidiana l’ho fatta.

Passa una mezz’ora e l’anestesia ormai va a farsi benedire. Quindi dopo aver provato 10 mila posizioni mi rimettono sul lettino in posizione “ginecologica”, mi gioco di nuovo la carta dell’epidurale ma mi dicono che l’anestesista non si trova.

Si, avete capito bene, non trovavano l’anestesista. Manco fosse un mazzo di chiavi!!

Niente, devo fare da sola.

“Ci siamo Roberta, quando senti la contrazione spingi”

Sono andata avanti a spingere per tre ore ma non riuscivo a far nascere mia figlia. Le mie spinte non andavano bene, non erano abbastanza. Mi sentivo stremata e incapace. Ero talmente esausta che fra una contrazione e l’altra mi si chiudevano gli occhi. E in più mi stava letteralmente andando a fuoco tutto laggiù.

Mio marito mi ha detto che ad un certo punto dissi anche “no, non la voglio più fare!” Stile bambina che batte i piedi per terra e fa i capricci. E le ostetriche mentre ridevano mi dissero che era tardi per ripensarci. Sinceramente non ricordavo questa scena.

Ogni tanto entrava qualcuno del personale ospedaliero guardava e poi riusciva.

Almeno pagatemi il biglietto per lo spettacolo.

Arriva anche l’oss con i caffè per le ostetriche. Ma ad un certo punto mi dicono di smettere di spingere. Il battito della bimba è troppo accelerato. Mi dicono di rilassarmi. Mio marito è dietro di me e mi tiene strette le mani. Alzo la testa e ci guardiamo. Ci leggiamo negli occhi la preoccupazione l’una dell’altro. Non so quanto tempo sia passato ma il battito della bimba si stabilizza. L’ostetrica mi guarda e con la fermezza di un soldato tedesco mi dice:

“Ora basta, dobbiamo farla nascere!”

Mio marito, che fino ad allora non aveva pronunciato una parola, se ne esce fuori con quella che per lui doveva essere una frase di incitamento(?):

“Dai su Robi, la facciamo questa bambina?”

Ma purtroppo gli viene fuori più come una lamentela quindi lo guardo malissimo e gli dico a voce alta:

“Senti? La vuoi fare te???”

Le ostetriche scoppiano di nuovo a ridere insieme all’oss e a altre due tirocinanti.

Si, eravamo in tantini.

Ma ora basta. Ritorniamo serie. Sento la contrazione e spingo con tutte le mie forze.

“Ancora una”

Spingo di nuovo e per darmi carica urlo a fine spinta come per cercare di renderla più lunga possibile.

Non mi interessa più niente. Non mi interessa di urlare e fare una figuraccia! Non mi interessa del fatto che stia facendo la cacca da quanto spingo (E qui le ostetriche sono state bravissime a pulire con nonchalance senza far notare nulla). Non mi interessa nemmeno che mio marito mi abbia sbavato in fronte.

Si, avete capito bene! Quello lì dietro di me spingeva anche lui, a bocca aperta ed era talmente concentrato che ha sbavato e mi è cascata un po’ della sua saliva proprio sulla fronte. A oggi quando glielo ricordo ci pieghiamo in due dal ridere.

Alla quarta spinta con annesso urlo l’ostetrica esclama:

“Ecco vedo la testa, la vuoi toccare?”

La tocco ma non ci sto capendo più niente. Il bruciore è fortissimo. Sento proprio come se mi stessero lacerando con una lama ardente.

Un’ altra spinta, un’ altra spinta!

“È uscita la testa!”

Non c’è stato nemmeno bisogno che spingessi un’ altra volta per il corpo. La bimba si è fatta strada da sola.

Appena esce tutta sento un sollievo mai provato in vita mia. Tutti i muscoli del mio corpo lasciano andare la tensione e sembro un cono gelato al sole.

Mia figlia non piange come me l’aspettavo, emette un solo un gemito:

“UUUEEEH!”

Forte e chiaro! Quasi come a voler dire

“Oh finalmente ce l’hai fatta mamma!”

L’ostetrica esclama:

“Benvenuta Frida, sei bellissima!

Babbo vuole tagliare il cordone?”

“No grazie” risponde mio marito “io faccio il carrozziere, ognuno il suo” aggiunge.

Di nuovo parte la risata, l’ostetrica taglia il cordone ombelicale e mi appoggia la bimba sul cuore.

Per la prima volta non siamo più una cosa sola.

Sono le 6:23 del 3 novembre ed è veramente il giorno più bello della mia vita.

Piango e ringrazio le ostetriche. Mi giro verso mio marito che ha gli occhi lucidi e un sorriso stampato in faccia. Guardo la mia bimba, è vero… È bellissima.

Le tocco le manine e conto le dita.

7…8…9…10

“Ora la bimba va con il papà perché noi abbiamo da fare con la mamma” dice l’ostetrica.

Mio marito prende la bambina e li non si trattiene più. Scoppia in lacrime. E piangendo va dal neonatologo per tutte le procedure di routine.

“Ora un’altra bella spinta”

Ma state scherzando vero? No, non scherzavano…dovevo far uscire la placenta.

Una spintarella e esce anche quella. Per mia fortuna tutta intera e a detta loro “bellissima” tant’è che accorrevano tirocinanti da ogni dove per vederla.

Quindi potevo ritenermi soddisfatta della combo bambina bellissima/placenta bellissima.

Penso sia finalmente tutto finito ma… “dobbiamo mettere i punti” dice qualcuno perché ormai non so nemmeno più chi parla. Ho troppo sonno e non riesco a tenere gli occhi aperti. Ad ogni chiusura di punto però sento un po’ male quindi mi risveglio. Mi pare di averne contati 7 o 8. Ma che importa?

Era tutto finito.

Mi riportano la mia bambina pulita e vestita e mi aiutano ad attaccarla al seno. Lei molto voracemente non perde tempo e capisce subito come si fa. Ci lasciano da soli. Io mi addormento e mio marito mi tiene la bambina al seno.

Mi aiuta. In silenzio, come ha sempre fatto.

Curiosità:

Frida pesava 3,120 kg ed era alta 49 cm.


Mentre ero in sala parto l’oss (quella dei caffè) è andata in sala d’aspetto e ha detto a mia mamma:

“Sua figlia ci ha fatto morire dal ridere!”

Mia mamma che era in preda a ripetuti attacchi di panico perché mi aveva sentito urlare come un’ aquila le chiede con le lacrime agli occhi a che punto ero e lei:

“ah si, è appena nata sua nipote!”

Non so come abbia fatto a non tirarle una bastonata in testa. Forse era troppo distratta dalla felicità.


54 ore di patimento e mia figlia è uguale a mio marito.


La prima cosa che ho detto a mia mamma quando sono uscita dalla sala parto è stata:

“Comunque non era come un forte mal di pancia.”


Alle 8:30 quando,dopo circa due ore, siamo potuti andare nella stanza del reparto di degenza, io, che mi ero riposata un po’ dopo il parto, dissi a mio marito se poteva stare con la bimba in camera (stava dormendo nella cullina) almeno si riposava anche lui e intanto io andavo a prendere qualcosa al bar con mia mamma. Lui terrorizzato mi rispose:

“Come?? Devo stare da solo con lei??”


La mia degenza è durata di più perché la seconda notte mi venne la febbre alta e la diarrea. Quindi in pratica sono entrata in ospedale il primo novembre e sono uscita il 7. Quando si dice “è stato un parto”.


Mi ci sono voluti quasi due mesi per tornare ad andare di corpo in maniera “normale”. Ho avuto un blocco psicologico ed ero terrorizzata dall’idea di dover spingere.


Mi sono completamente rincretinita, e sono follemente innamorata della mia piccola peste.


Questa è stata la mia lunghissima e travagliata esperienza.

Ma se leggerete quella di Benedetta vedrete che la sua è stata completamente diversa. Non so se lei rientri nella categoria delle mamme fortunate o di quelle che non si accorgono se prende loro fuoco la testa. Devo ancora capirlo. Ma alla fine ogni parto è a se. Ed è una cosa talmente soggettiva e personale da non poter essere generalizzata o paragonata.

Io che dormo stremata dopo 3 ore dal parto.
Frida che si riposa e si prepara per la lunga battaglia che l’aspetta: farmi impazzire.